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I bisogni della didattica a distanza.

In questi giorni si è scritto e detto tutto ed il contrario di tutto sulla didattica a distanza (DaD).

Ci sono i fervidi sostenitori della DaD, i suoi fervidi oppositori e infine quelli che semplicemente si adattano comprendendo che dobbiamo comunque imparare a svolgere il nostro ruolo anche in condizioni di emergenza, gambe in spalla e chissà che non ne venga fuori qualcosa di positivo.

Nel ragionamento che segue, escluderò le situazioni in cui non è possibile applicare la DaD per problemi oggettivi degli alunni, come il grave svantaggio socioeconomico e quindi l’assenza di dispositivi o di connessione internet.

Per tutte le altre situazioni, a mio avviso, la domanda che dovremmo porci è: a quali bisogni dovrebbe rispondere la didattica a distanza?

Per illustrarvi la mia risposta, userò una metafora in parte ispirata alla nota teoria dei bisogni illustrata dallo psicologo americano Maslow alla fine degli anni ‘50.

Come in quella disegnata da Maslow, nella «piramide dei bisogni della DaD» che ho immaginato, i bisogni primari sono quelli alla base e quelli secondari o di ordine superiore sono nei livelli superiori. I bisogni di un livello precedente sono imprescindibili per il raggiungimento di quelli secondari. Questa rigidità è stata in effetti criticata nella teoria dei bisogni di Maslow ma, nel caso dei bisogni a cui dovrebbe rispondere la DaD, invece, io credo che vada tenuta in considerazione. Inoltre, tutti i bisogni sono tra loro interconnessi.

E dunque.

Il primo bisogno al quale dovrebbe rispondere la DaD è a mio avviso quello di far sì che i bambini, ma anche i ragazzi di scuola superiore o gli universitari, mantengano un ritmo di vita relativamente regolare, e quindi un adeguato ritmo sonno-veglia ed un rapporto tra tempo di studio e tempo libero paragonabile a quello dei normali ritmi scolastici. Ciò non significa che i bambini o ragazzi debbano necessariamente seguire 5 o 6 ore di lezione come nella normale condizione scolastica, ma che vi siano comunque degli appuntamenti giornalieri costanti (preferibilmente al mattino), anche se più brevi e con maggiori intervalli rispetto alle lezioni tradizionali. Un alunno che non ha un appuntamento fisso, tanto più se è un alunno con Bisogni Educativi Speciali, arriverà davanti allo schermo assonnato, annoiato, in orari sempre diversi, in ritardo, a volte lo dimenticherà ed avremo perso l’occasione di usare la DaD come regolatore esterno di un corretto ritmo di vita. Avremo genitori confusi e polemici, ed anche docenti stanchi, con la sensazione di non avere più degli orari di lavoro definiti. Diciamo che questo bisogno corrisponde in parte a quello che Maslow definiva bisogno fisiologico (in questo caso riferibile al ritmo sonno-veglia).

Il secondo bisogno di cui parlava Maslow era il bisogno di salvezza, sicurezza e protezione. Qui ho ben poco da aggiungere, perché è evidente che la DaD non è né una opinabile e discutibile scelta didattica innovativa né tantomeno un modo occulto per ridurre il personale docente o tante altre fantasiose teorie di cui ho letto o sentito. È una necessità. E come tale dovremmo viverla, con limiti ed opportunità diversificate per i vari gradi scolastici ed accademici, che avremo casomai modo di esaminare nel tempo.

Il terzo bisogno al quale dovrebbe rispondere la DaD è più complesso perché, diciamoci la verità, troppe volte è assente anche durante la didattica in presenza. Maslow lo chiamava bisogno di appartenenza, affetto e identificazione. Si traduce a mio avviso nella necessità di rispondere, attraverso la didattica, al bisogno di vicinanza e di comunità con i docenti e tra compagni di classe. Quel «noi siamo gruppo, noi siamo classe» di cui molti docenti fanno tanta fatica a ricordare la necessità. Se non c’è un noi ed un gruppo, la DaD diventa veramente faticosa e frustrante sia per gli alunni che per i docenti. Se non c’è un noi ed un gruppo, non c’è una classe, non c’è un docente, non c’è scuola. Né in presenza né a distanza. Anche questo è un bisogno di tutti, anche e soprattutto degli alunni con Bisogni Educativi Speciali e dei loro docenti.

Il quarto bisogno di cui parlava Maslow è quello di stima, prestigio e successo. Se è vero che nel contesto scolastico la stima, il prestigio ed il successo si ottengono attraverso un miglioramento delle proprie capacità di insegnamento/apprendimento (e purtroppo, questo, non sempre è vero) diciamo che il quarto bisogno al quale dovrebbe rispondere la DaD è quello di efficacia di insegnamento/apprendimento.

D’altra parte, è certo che la scuola e la didattica servono per insegnare nuovi concetti e nuove parti del programma e far sì che i ragazzi le apprendano, secondo le loro modalità ed i loro Bisogni più o meno Speciali. Ma un alunno che non ha un appuntamento fisso ed arriva davanti allo schermo assonnato o che non percepisce la vicinanza affettiva di docenti e compagni, sarà meno motivato e partecipe ed in definitiva apprenderà con minor successo. Dall’altra parte, un docente che parla ore e ore davanti ad uno schermo, magari chiedendosi se dietro quella webcam i suoi alunni stiano seguendo o stiano facendo tutt’altro, non potrà che vivere il proprio lavoro con senso di frustrazione e risultare alla fine meno efficace. Ovviamente, poi, ricordiamo che l’attribuzione di compiti o l’invio di schede da completare non sostituisce le lezioni e gli appuntamenti con il docente e con la classe e certamente non migliora l’apprendimento né la stima di sè stessi. Amplifica solo lo stress dell’alunno e di tutta la famiglia.

Il quinto bisogno di cui parlava Maslow è il bisogno di autorealizzazione (identità, aspettative e valore). Dalle accese discussioni che leggo mi sembra che per molti, genitori, docenti e anche alunni (ovviamente solo quelli bravi!) questo bisogno si riconduca al bisogno di valutazione, da molti vista come un giusto riconoscimento dei propri sforzi e quindi in indice del proprio valore.

Quindi, il quinto bisogno al quale dovrebbe rispondere la DaD è la valutazione? Forse, ma solo in parte. Chiediamoci davvero se abbiamo bisogno di valutare ed eventualmente quando ed in che modo.

Certamente abbiamo bisogno di valutare all’università, gli studenti devono portare avanti le loro carriere, lo stiamo facendo e lo faremo e tutto sommato, anche se qualcuno legge dietro il suo schermo, sbircia appunti o legge (e ovviamente lo fa!), la maggiore o minore padronanza di un concetto è ben chiara comunque. Sono convinta che quello che conta non sia valutare la buona memoria dei nostri studenti ma la comprensione dei concetti, la chiarezza espositiva scritta o orale, la capacità di utilizzare i concetti e di metterli in relazione tra loro: se un alunno o studente legge dai suoi appunti un concetto che non conosce, non lo saprà utilizzare, ed un buon docente può riconoscerlo. Anche a distanza.

Certamente abbiamo bisogno di valutare chi deve conseguire il diploma della scuola secondaria di primo o secondo grado o la maturità. Su questo tipo di valutazione, mi auguro che gli esaminatori seguiranno quanto detto per gli esami universitari, oltre che valutare le carriere scolastiche.

Sulla valutazione degli alunni che si trovano in anni scolastici intermedi si gioca la vera creatività dei docenti. Perché è chiaro che anche loro vanno periodicamente valutati, non perché “vanno assegnati i voti” o per “decidere se bocciarli o promuoverli” (cosa, peraltro non prevista in questa fase), ma perché una buona e sana valutazione serve innanzitutto al docente per capire se i suoi studenti lo seguono, se un concetto è stato adeguatamente compreso, e se quindi può andare avanti o deve ritornare su un argomento. La valutazione serve anche agli alunni come gratifica (e non solo come punizione) per il loro impegno. Ho scritto “il loro impegno” e non la “loro bravura”. Potrei dilungarmi sull’importanza della valutazione nella “zona di sviluppo prossimale”, sia per alunni con “bisogni normali” che per quelli con “bisogni speciali”! Insomma, sono stati scritti tomi sul senso della valutazione, forse dovremmo ripassare un po’!

Rimane comunque il fatto che la valutazione è davvero difficilissima, e comunque ha senso solo se c’è tutto il resto. Viceversa meglio non valutare affatto. Perché una scuola che serva solo a valutare, in presenza o a distanza, ha fallito (e in parte vale anche per l’università, che comunque è un mondo molto diverso dalla scuola).

E quindi ripropongo ai docenti che leggono la domanda che pongo a me stessa dopo ogni lezione: a quale bisogno ha risposto, oggi, il mio modo di utilizzare la DaD?

Chi sa interrogarsi è a metà dell’opera.

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