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Divagazioni sull’inferiorità del Sud Italia

Vi racconterò una storia, che spesso racconto ai miei studenti quando parliamo delle differenze tra apprendimento scolastico ed intelligenza, e che oggi mi torna in mente per l’ennesimo dibattito di dubbio livello a cui, come voi, sono stata costretta ad assistere.

La mia storia richiede tempo, mettetevi comodi.

Qualche anno fa, esattamente nel 2010, un ex professore emerito di psicologia all’Università di Ulster, Scozia, ha pubblicato non uno ma due articoli (Lynn, 2010a, 2010b) sulla prestigiosa rivista scientifica Intelligence (si tratta di una rivista che vale molti punti, nel sistema di raccolta punti che è diventata l’Università – ma di questo parleremo un’altra volta).
Il primo di questi si intitolava “In Italy, north–south differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature, and literacy”.
Nelle sue pubblicazioni, Lynn ha infatti sostenuto che gli individui provenienti dal Sud Italia hanno un QI inferiore a persone provenienti dal nord Italia, e che queste differenze di QI sono alla base del divario Nord-Sud in una serie di fattori quali:

  • reddito: persone meno intelligenti sono meno in grado di produrre reddito;
  • educazione: persone meno intelligenti raggiungono livelli di istruzioni più bassi;
  • mortalità infantile: persone meno intelligenti sono meno in grado di curare e tutelare i loro figli;
  • statura: persone meno intelligenti si nutrono male e di conseguenza presentano un accrescimento corporeo più limitato.

Lynn ha anche scritto che questa differenza nel QI ha una base genetica che risale a molti secoli fa, e che va più o meno ricondotta alle contaminazioni con i paesi del nord africa.
Lynn aggiunge che i casi nostrani di persone di alto intelletto, che la storia le scienze e la letteratura ricorda, dimostrano, in estrema sintesi, che le eccezioni confermano la regola. Ricorda, peraltro che quasi sempre queste persone sono andate via dal sud Italia, portando via con se il proprio patrimonio genetico e quindi il proprio intelletto e lasciando in terra natìa solo quelli che, invece, privi di intelletto si sono procreati all’infinito.

Ecco.

Come è naturale aspettarsi, la pubblicazione di Lynn ha evocato una forte reazione da parte dei media (con tanto di titoloni ed interviste giornalistiche, spesso senza contraddittorio scientifico italiano). Per fortuna, la comunità accademica italiana ha risposto nelle sedi scientifiche e sono comparse diverse pubblicazioni in risposta (Beraldo, 2010; Cornoldi, Belacchi, Giof Martini & Tressoldi , 2010; Felice e Giugliano, 2010).
Anch’io, insieme ai colleghi siciliani Maurizio Cardaci, Santo Di Nuovo ed al collega americano (ma di origini meridionali!) Jack Naglieri, fui presa dall’ardore ed ho pubblicato un articolo in risposta a quelli di Lynn. Chi vuole potrà leggerlo integralmente (D’Amico, Cardaci, Di Nuovo & Naglieri, 2012).
Il nostro articolo, come quello degli altri colleghi, non è stato certo una risposta patriottica e campanilistica alla “teoria” di Lynn ma una demolizione punto per punto di una serie di gravissimi errori metodologici ed ipotetico deduttivi nel suo ragionamento.
Basti pensare che, dopo un secolo di ricerca scientifica sulla misurazione dell’intelligenza e sulla assoluta necessità di utilizzare test culture free, il più possibile indipendenti dal tipo di stimolazioni culturali che le persone ricevono (perché questo corrisponderebbe ad affermare che ogni persona che non ha avuto l’opportunità di studiare è poco intelligente), Lynn deriva il QI degli italiani a partire dalle prove scolastiche di comprensione del testo e matematica di un gruppo di 15enni italiani.
Ovviamente abbiamo commentato e criticato questa discutibile metodologia, riportando peraltro nuovi dati empirici di valutazioni dell’intelligenza condotte con prove culture free in bambini in varie zone di Italia. Queste hanno dimostrato, come immaginavamo, che non vi è alcuna differenza nell’intelletto dei nostri bambini del nord, del centro o del sud Italia. Evviva!

Per onor di cronaca devo dire che Lynn non ce l’ha (solo) con noi meridionali, ha pubblicato articoli molto simili che riproducono lo stesso leitmotiv mettendo a confronto il QI di uomini contro donne (secondo voi chi vince?), quello di africani contro americani e più in generale mettendo a confronto il QI dei popoli svantaggiati con quello dei popoli evoluti.

Ma la storia continua.

Circa tre anni fa mi trovavo a Vulcano per un ultimo piacevolissimo week end di fine estate con ottimi amici.
Vulcano era meravigliosa, il mare ed il sole splendenti (vi chiederete perché ve lo stia raccontando) eppure, io avevo con me il computer portatile.
Sì, sono abbastanza stacanovista e spesso porto il computer in viaggio, ma questa non è stata l’unica ragione per cui presi il computer anche per questa brevissima vacanza.
Il punto è che, appena prima di partire, mi era arrivata una richiesta di referaggio (per i non addetti ai lavori, significa che mi avevano inviato un lavoro scritto da autori ignoti e mi chiedevano di giudicare se fosse o meno adeguato per la pubblicazione, visto che l’autore citava il nostro lavoro del 2012).
Nell’articolo che dovevo valutare, l’autore proponeva una teoria secondo la quale l’intelligenza delle persone dipende dall’intensità dei raggi ultravioletti ai quali sono esposte, e questo spiegherebbe perché le popolazioni dei paesi più caldi hanno QI più bassi delle popolazioni dei paesi nordici. Non ce l’aveva in particolare con l’Italia, ma con tutti i paesi che hanno “un posto al sole”.
Il punto è che anche lui, come Lynn, continuava ad utilizzare i dati delle prove scolastiche per definire il QI.
Valutai quel lavoro come non pubblicabile, ancora una volta non per puro campanilismo ma per gravi errori nelle assunzioni teoriche e metodologiche di base sulla misurazione dell’intelligenza.
Adesso vi è chiaro perché ho portato il computer a Vulcano? Scrissi il mio referaggio appena arrivata, volevo produrre una risposta scientificamente corretta prima che il sole dell’isola consumasse le mie ultime risorse intellettive (!).
Inutile dirvi che quell’articolo è stato pubblicato ugualmente qualche tempo dopo (León & Antonelli-Ponti, 2018) e l’autore cita nel testo un referee anonimo che lo aveva precedentemente rifiutato. Ero io! Arrestatemi per avere difeso un secolo di ricerca scientifica sulla misurazione dell’intelligenza!

Siete sufficientemente sdegnati ed esterrefatti? Immagino di sì. Ed anch’io lo ero.
Perché, e mi dispiace profondamente dirlo, la scienza non è sempre esatta ed il mondo della ricerca (dentro e fuori l’accademia) non è sempre che libero dai condizionamenti personali, culturali, religiosi, politici, economici, di appartenenza e chi più ne ha più ne metta.

Adesso andiamo alle nostre possibili colpe.

Perché se è vero che non siamo né esseri inferiori né meno intelligenti, è tristemente vero che al sud c’è un reddito pro-capite inferiore, che le prove standardizzate scolastiche registrano punteggi più bassi che al nord, e che ci sono moltissime altre le cose che non vanno.

Ma questo, perché accade?

Io credo (e qui, attenzione, passiamo alla sfera delle opinioni, perché non ho fatto ad oggi una ricerca empirica per dimostrarlo) che accada perché al sud c’è una situazione di svantaggio socioculturale, che è oggettivamente superiore a quella presente al nord, che ha origini storiche, perché siamo stati feriti e depredati da alcune dominazioni straniere (anche se enormemente arricchiti da altre). Accade certamente anche per fattori climatici, per la presenza di lunghe giornate calde (il sole!) che, dalla notte dei tempi, rendono più faticoso e scoraggiano il lavoro estivo (Tomasi di Lampedusa docet, ma tutto questo non ha nulla a che fare con l’intelligenza!).
Accade anche per numerose altre ragioni ma accade soprattutto perché viviamo da tempi molto remoti un’incurabile sindrome di “lesionismo territoriale”.
Per noi, non è più verde la terra del vicino, è sempre più verde la terra di chi sta lontano. Noi bruciamo l’erba del vicino ed innaffiamo quella di chi sta lontano.
Tutto ciò che viene fatto qui, le persone che sgobbano e lavorano sono massacrate, distrutte, annientate, derise, offese, ignorate. Mors tua vita mea.
Ma se arriva qualcuno da fuori (il professorone, il vate, l’artista, l’imprenditore, eccetera eccetera), tappeti rossi e ghirlande di fiori. Per carità, alcuni lo meritano davvero, ma la nostra è proprio una forma di esterofilia patologica!
Fuori (e dico anche all’estero), siamo disposti a spendere fortune per una cena, uno spettacolo, per mantenere i nostri figli all’università o per entrare a visitare un museo o una chiesa. Qui, tutto deve essere gratis o sottopagato.
Noi non proviamo invidia distruttrice nei confronti dei nostri connazionali del nord. Noi, al contrario, proviamo per loro una profonda ammirazione, che ci porta ad amarne e venerarne perfino i peggiori esempi. Ecco come si spiega tutto.
Al contrario, il connazionale del sud continua a subire soprusi. Vilipeso e offeso.
Non dai nemici, ma dagli amici. Perché nei confronti del connazionale del sud si prova, stavolta sì, un’invidia distruttrice ed un sadico senso di soddisfazione nel dire che no, tu non ce la puoi fare. Perché se non ce la faccio io, non ce la devi fare neanche tu.
Alla fine, magari dopo tanti sforzi, chi ci aveva provato va via e, improvvisamente, diventa un eroe.
Un cervello in fuga. Eccolo! è l’eccezione che conferma la regola.

Forse, dopotutto, è vero. Non siamo molto intelligenti.
Ma l’intelligenza di cui difettiamo, è un’altra.
Ha a che fare con l’uso intelligente delle nostre emozioni, con la lungimiranza, con le capacità strategiche, con l’etica.
E con il fatto di riuscire a valorizzare, sostenere ed apprezzare le persone, indipendentemente dalla loro provenienza geografica.
E magari con il fatto di cmprendere che chi vive in un contesto svantaggiato ha bisogno di una mano in più, non perché sia meno capace o perché sia un parassita, ma per il fatto che deve sforzarsi il doppio.

Forse prima o poi riusciremo a cambiare questa…. (sotto)cultura.

P.S.1: Ho appreso, scrivendo questo articolo, la lieta notizia che nel 2018 l’università di Ulster ha ritirato a Lynn (del quale sinceramente non mi ero più occupata e preoccupata molto) il titolo di Professore emerito per le sue teorie di stampo razzista. La rivista Mankind Quartlery di cui Lynn era vicedirettore, e sulla quale è apparso il secondo articolo che io avevo rifiutato, è stata tacciata di “suprematismo bianco”.
Io, da Vulcano, ho risposto. Ma rimango comunque triste per il nostro “lesionismo territoriale”.

P.S.2: L’immagine in copertina raffigura il Genio di Palazzo Pretorio, un gruppo scultoreo ospitato nella sede del Municipio di Palermo. Sul bordo della vasca è inciso un motto molto antico e molto significativo «Panormus conca aurea suos devorat alienos nutrit» (Palermo conca d’oro divora i suoi e nutre gli stranieri). Non aggiungo altro.

Per approfondire:

Beraldo, S. (2010). Do differences in IQ predict Italian North–South differences in income? A methodological critique to Lynn. Intelligence, 38, 456−461.

Cornoldi, C., Belacchi, C., Giofre, D., Martini, A., & Tressoldi, P. (2010). The mean Southern Italian children IQ is not particularly low: A reply to R. Lynn. Intelligence, 38, 462−470.

D’Amico A., Cardaci M., Di Nuovo S., Naglieri J. A. (2012). Differences in achievement not in intelligence in the north and south of Italy: Comments on Lynn (2010a, 2010b). Learning and Individual Differences, 22, 128–132.

Felice, E. & Giugliano, F. (2010). Myth and reality: A response to Lynn on the determinants of Italy’s North–South imbalances. Intelligence, 39, 1-6.

 Lynn, R. (2010a). In Italy, north–south differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature, and literacy. Intelligence, 38, 93−100.

Lynn, R. (2010b). IQ differences between the north and south of Italy: A reply to Beraldo and Cornoldi, Belacchi, Giofre, Martini, and Tressoldi. Intelligence, 38, 451-455.

León, F. R., & Antonelli-Ponti, M. (2018). UV radiation theory and the Lynn (2010) italian debate. Mankind Quarterly, 58(4), 621-649.

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